
Monia Andreani (Perugia, 1972 – Fano 2018), filosofa, docente, attivista: queste dimensioni erano in lei totalmente compenetrate.
Allieva di Adriana Cavarero e Luigi Alfieri, studiosa di Michel Foucault, si è occupata di teorie della differenza (Il Terzo incluso. Filosofia della differenza e rovesciamento del platonismo, Editori Riuniti, Roma, 2007), della cura e della vulnerabilità e di bioetica (Questioni etiche nel caregiving. Contesto biopolitico e relazione di cura, Carocci, Roma, 2016).
Un altro suo campo di ricerca era quello dei testi cinematografici e di animazione, di cui sondava i significati filosofico-antropologici (Twilight. Filosofia della vulnerabilità, Ev Edizioni, Macerata, 2011; Peppa Pig e la filosofia. Tra antropologia e animalità, Mimesis, Milano, 2014).

La solida tessitura categoriale ne sosteneva la militanza per la tutela dei diritti delle donne, a fianco del movimento LGBT, per la promozione della vita dei malati, dei disabili e dei soggetti reclusi (Lo stato irresponsabile. Il caso Cucchi, Aracne, 2017). Questi saperi e passioni riusciva a trasmettere quotidianamente agli studenti dell’Università di Urbino e dell’Università per Stranieri di Perugia, dove infine, nel 2016, era diventata ricercatrice in filosofia politica; e fra il 2006 e il 2018 ha insegnato Teoria dei diritti umani con dedizione indimenticata ma anche con quella cura ch’ella voleva diventasse la cifra del vivere in comune.
La trasformazione sociale per Andreani doveva dispiegarsi attraverso un’azione non violenta incentrata sul mutualismo e il rispetto delle diverse finitezze, seguendo anche l’eredità di Aldo Capitini (vedi ad esempio Biologico, Collettivo, Solidale. Dalla filiera agricola alle azioni mutualistiche. Il modello partecipativo della cooperativa Iris, Altraeconomia, Milano, 2016).
La “cura” non aveva per lei il significato di un ripiegamento privato nelle relazioni individuali, al riparo dalla grande storia e dai problemi collettivi: al contrario era la via per disinnescare in profondità le contraddizioni di una società che da anni metteva e mette al centro la performance e il successo personale, dimenticando la sofferenza degli altri, specie i più deboli e deteriorando l’ambiente.
Dopo aver lasciato prematuramente la nostra comunità accademica, aprendo un vuoto incolmabile negli studenti e nei colleghi, che hanno perso una maestra, un’amica e un’interlocutrice profonda, umanamente e intellettualmente, Monia è rimasta con noi in molti modi.
Generazioni di studenti che non l’hanno conosciuta direttamente, hanno attinto alla sua eredità muovendosi in un Ateneo attento ai diritti umani e alla tutela dell’ambiente, percorrendo la traccia da lei lasciata.
A Monia, “meravigliosa anima libera” (come recita uno striscione che campeggia sulla parete) è stata intitolata l’aula degli studenti alla Palazzina Lupattelli e un roseto di fronte alla Palazzina Valitutti. Ora, un’intera Palazzina appena ristrutturata, l’”ex senologia”, prenderà il suo nome, prima donna a cui viene dedicata un’unità del campus dell’Università per Stranieri di Perugia.